Scabro, ma ricco di arbusti, fino al tempo dei
Greci il luogo era ritenuto adatto solo ai cinghiali: i kaproi dai quali
prese il nome.
E un unico masso di tufo incastonato in uno struggente azzurro di mare.
Ha due alture e in mezzo a esse una depressione, cosicché da lontano
agli occhi di un navigante appare come l'insieme di due isolette. Le sue
rocce dirupate e pressoché inaccessibili ospitarono, come primi
abitatori di cui si sappia, una colonia di Telebòi, famosi per
le loro ruberie. Provenivano dall'Acarnania, una regione dell'Epiro che
si affacciava sull'Adriatico.
Questo quadro selvatico contrasta con l'immagine odierna di Capri, quella
verdeggiante e serena che si gode dai suoi punti più alti, quella
turistica e mondana che si conosce per esperienza o per fama.
La trasformazione dell'isola in questo senso fu appena avviata dall'imperatore
Tiberio. II quale, quasi settantenne, scelse questo luogo bello ma impervio
per trascorrere gli ultimi anni della sua vita in solitudine, via dagli
uomini e dalla politica di cui era profondamente deluso. Nientemeno si
fece costruire ben dodici ville, tante quanti erano gli dei dell'Olimpo
romano. Abitò soprattutto nella più grande di esse, quella
dedicata a Giove, che dominava i golfi di Napoli e di Salerno. Misantropo,
come gli storici ce lo descrivono, visse in meditazioni e studio. Si parla
anche di gozzoviglie e 'mollezze di vario genere nelle quali egli avrebbe
scialacquato il suo tempo. Sarà poi vero, data l'età del
protagonista, di queste tanto fantasticate orge? Tant'è, qualcuno.
ancora guarda a questo posto come angolo ispiratore di vita licenziosa!
Una leggenda dice che quando Tiberio morì, sulla, strada di ritorno
all'isola, reduce da una breve visita alla capitale, i marmi delle sue
lussuose dimore furono fatti a pezzi e buttati in mare dalla gente del
luogo. Semmai fosse vero, tale gesto fu scatto di ripulsa alla supposta
dissolutezza o non piuttosto sfogo di ribellione alla reale tirannia?
Comunque sia, la sosta di Tiberio ha regalato a Capri un fascino che non
si esaurisce.
Nel frattempo l'isola si era anche arricchita di vigneti. I quali danno
un vino molto celebrato, che un tempo accompagnava a tavola una delle
specialità del luogo: le quaglie.
Ma un ulteriore passo in avanti verso la Capri di oggi, quella addolcita
dalla vegetazione, fu fatto con la dominazione dei Normanni che vi lasciarono
alcune piantagioni di agrumi.
Le gite a nuoto e a piedi, le escursioni alle grotte di mare e di monte,
si sa, reclamano qualcosa che tonifichi e rincuori.
Ebbene, c'è una bevanda: fornita, anche se in quantità limitata,
dai limoni coltivati nella stessa isola e tirati su con scrupolo, senza
l'uso di sostanze echimléhe, dannose alla salute. Importante, perché
è proprio con le bucce di questi frutti ch'essa viene preparata.
La ricetta è naturalmente tenuta segreta, come si addice a qualsivoglia
pro dotto di cui si intenda conservate la ,genùii'itè. Sappiano
solo che le, buccie del limone vengono tritate e messe a macerare: nel
processo di produzione nn entra alcun ingrediente artificiale.
Quanto zucchero, quanto alcol, quanti giorni? E come?! numeri sono magici,
in questi casi. Una buccia in meno o una buccia in più cambierebbe
tutto e la dimensione della qualità si guasterebbe. La bevanda
si chiama "Limoncello" e si beve fredda.
Nell'isola l'arte dell'ospitalità cominciò ai primi di questo
secolo. Chi vi si recava, prima di allora, trovava alloggio presso gli
eremi religiosi o le famiglie dei pescatori e dei contadini. Così
dovette essere per il pittore e poeta tedesco August Kopisch, che nel
1826, su indicazione giusto di un pescatore, scoprì la Grotta Azzurra,
che allora aveva l'ingresso quasi sotto il livello del mare e che oggi
è meta di tutti quelli che desiderano inebriarsi coi suoi mille
modi di rintuzzare la luce del cielo.
Ma per ritornare all'attività alberghiera: una dei pionieri ne
fu la signora Vincenza Canale, nonna degli attuali proprietari e gestori
della Pensione Mariantonia ad Anacapri.
Ed è nonna Vincenza che per prima servì ai suoi ospiti il
Limoncello, dal gusto squisito e dalle proprietà altamente digestive.
Se ne diffuse la fama; tale che furono in molti ad affrontare la salita
della "scala fenicia" con i suoi ottocento gradini intagliati
nella pietra calcarea, per gustare il buon liquore: dall'industriale e
costruttore di cannoni, il tedesco Friedrich Alfred Krupp, allo scrittore
di racconti e di drammi, il russo Maksim Gorkij. Per non parlare dello
scrittore e medico svedese Axel Munthe, che davanti al colore giallo-verde
del Limoncello e a quello accalorato dei tramonti che da qui si ammirano
dovette spesso tramare il filo della sua Storia di San Michele. In un'isola
dove tante passioni, amori e riflessioni hanno sofferto dentro a cuori
umani lunghe macerazioni, si beve dunque un liquore speciale, frutto di
una lenta e placata macerazione.
Manrico Murzi
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